Cultural association, is oriented in organizing event about architecture, photography and art for Accademia students of Mendrisio.


Final project

OOA book


Collection of short texts written by some of the architects who were representative for our group. Each text will tell an important experience of the author's training as an architect.

Project interrupted.


Invited Architects:

Manuel Aires Mateus, Bruno Pedretti, Francisco Aires Mateus, Fulvio Irace, Andrea Branzi, Jonathan Sergison, Raffaele Cavadini, Valentin Bearth, Jacques Gubler, Giacomo Borella, Mario Botta, Felix Wettstein, Ignacio Rubinho, Aurelio Galfetti, Quintus Miller, Michele Arnaboldi, Walter Angonese, Luigi Snozzi, Christian Sumi.








OOA
ohorganizearchitectureHome.html

“Ho pensato: la mia formazione non interessa molto neppure a me, quanto può interessare a voi? Cosa potevo raccontarvi di interessante? Ho provato a scrivervi dei miei anni dell'università, di quello studente intorpidito che credo di essere stato e dell'esperienza principale a cui collego quegli anni: quella forma di cinismo spaziale che è l'astrazione, il distacco dalle cose e dai posti reali, abitati, corporei, terrestri, che pervadeva quasi tutto quello che ci insegnavano a quel tempo, e che ancor di più avrebbe poi impregnato l'architettura nei tempi successivi. Ma mi sembrava brutto mettermi subito a parlar male di qualcosa: volevo raccontarvi qualche esperienza incoraggiante. Ho provato a scrivervi del mio breve apprendistato nello studio di Siza, e del mio ricordo più vivo: il maestro a torso nudo, in un pomeriggio di caldo asfissiante, sospendere per un po' una telefonata per ascoltare meglio le note di "Sketches of Spain" di Miles Davis che uscivano dalla radio; e del lavoro (ma lavoro è una parola eccessiva per definire ciò che facevo) nello studio di Umberto Riva, pochi anni dopo: della sua capacità di ripartire, nei momenti di impasse del progetto, con dolcezza e incertezza, dopo aver detto la sua frase preferita: "siamo col culo per terra".  Ma, arrivato alla mezza età, pure con enorme gratitudine per i miei maestri, sentivo di dovervi dire che l'architettura si impara dal mondo più che dagli architetti famosi, che le nostre maestre ancor più preziose sono le strade e le stanze della vita quotidiana. Così ho cancellato anche questi abbozzi.

Cos'altro potevo raccontarvi, quindi? Alla fine, questo: del periodo in cui ricordo di aver cominciato a scoprire quanto mi piacevano e interessavano tanti dei luoghi che gli umani avevano costruito sulla terra. A sentire quella specie di struggimento che possono produrre quelli che più recentemente ho ricominciato a chiamare più semplicemente "posti". Mi sembra che questa sorta di presa di coscienza sia avvenuta più o meno tra i dodici e i diciotto anni (ma forse anche prima e molto dopo).  Iniziando naturalmente dalla mia città, Milano, che credo in quella seconda metà degli anni Settanta non fosse già più da parecchio tempo molto generosa di luoghi. Anzi, iniziando dalla mia via, dal mio quartiere, a piedi, in tram, soprattutto in bici; con amici, innamorate, da solo, a spingermi per strade sconosciute, fermarmi in piazze larghe, corsi pieni di gente, vie strette, circonvallazioni, giardini spelati.  Poi ho scoperto Roma, esotica e grande come un mondo intero: le sue piazze mirabolanti, i pezzi di campagna dentro alla città; piramidi, obelischi, enormi capitelli consumati su cui sedersi, e dietro l'angolo una casetta così piccola che si poteva toccare la grondaia; gli autobus che passavano dentro agli acquedotti, le sterminate periferie dove mi portava a fare strani giri in bici mio cugino. Più tardi, credo verso i diciassette anni, ho messo la mia bici su un treno e ho pedalato per le strade di Parigi, e anche lì c'erano tutti quei mondi diversi dentro a una sola città. Ma in quegli anni di scoperte, i posti che ho forse più amato erano in campagna: quando trascinavo i miei amici a Siena a vedere il Palio, inspirare l'odore delle colline senesi che entrava dai finestrini del treno mi dava quella specie di mal di pancia che più tardi ho capito essere la commozione. La cartolina che vi mando è di uno di questi luoghi senesi, ed è appesa sopra al tavolo di camera mia, come mostrano i segni di puntine sul suo margine superiore. Devo essere stato lì la prima volta a sette anni. Il lunapark medievale di San Giminiano è a pochi chilometri, ma lì ancora oggi non c'è nessuno: si può fare un pisolino all'ombra delle sue navate di cipressi o, se la chiesa è aperta, sedersi nei suoi spazi freschi e poveri.

Quando penso alla Pieve di Cellole, mi vengono sempre in mente i versi di Pasolini che Orson Welles declama nella Ricotta:


Io sono una forza del Passato.

Vengo dai ruderi, dalle Chiese,

dalle pale d'altare, dai borghi

dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.”


Giacomo Borella, Studio Albori, Milano

Milano, 18 maggio 2011


Image:

San Geminiano