Cultural association, is oriented in organizing event about architecture, photography and art for Accademia students of Mendrisio.


Final project

OOA book


Collection of short texts written by some of the architects who were representative for our group. Each text will tell an important experience of the author's training as an architect.

Project interrupted.


Invited Architects:

Manuel Aires Mateus, Bruno Pedretti, Francisco Aires Mateus, Fulvio Irace, Andrea Branzi, Jonathan Sergison, Raffaele Cavadini, Valentin Bearth, Jacques Gubler, Giacomo Borella, Mario Botta, Felix Wettstein, Ignacio Rubinho, Aurelio Galfetti, Quintus Miller, Michele Arnaboldi, Walter Angonese, Luigi Snozzi, Christian Sumi.







OOA
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7.7.77


“Mi sono laureato il 7.7.77: sette luglio millenovecentosettantasette. A Bologna faceva molto caldo. Si superavano abbondantemente i 30 gradi, una temperatura che l’umidità indocinese della pianura padana rendeva impossibile. A patire il gran caldo c’era in particolare un membro della mia commissione di laurea, che nella pausa di pranzo pensò bene di andare a rinfrescarsi con un tuffo in piscina. Qui si lussò una spalla, e l’incidente comportò ritardi a catena negli esami di laurea. Così, quando venne il mio turno, erano ormai le 7 di sera.

Il numero 7 non mi dava tregua, commentai con un amico un po’ stordito di testa, il quale si mise a blaterare alla rinfusa sulla cifra biblica del “70 volte 7”, che significherebbe più o meno l’infinito… Io gli diedi poca retta e, allontanandomi dalla faccia con lo sventolio delle mani le sue nuvole di fumo alquanto aromatico, dissi che anche il tempo infinito della salvezza biblica doveva aspettare: adesso era per me più importante mantenermi lucido e risorgere il prima possibile da quell’attesa che mi sfiancava.

In realtà, quando infine affrontai la commissione, tutto andò per il meglio. Non mi sentivo neppure troppo ansioso. Ero semmai surriscaldato. Ma ciò non andava imputato tanto alle condizioni atmosferiche, quanto al clima politico in cui cadeva quel rito accademico.

A distanza di oltre 30 anni, gli eventi accaduti nel 1977 a Bologna sono ormai scivolati nei resoconti storici, o sopravvivono impolverati negli angoli dei ricordi soggettivi. Occorre dunque spiegare, in poche parole, che nella bella e dotta (e grassa) Bologna scorrevano in quei mesi i titoli di coda del ’68, dopodiché l’onda dell’ultimo grande movimento di emancipazione sociale, politica e ideologica che l’Occidente moderno abbia conosciuto si ruppe, al punto che gli anni ’80 vennero presto bollati come quelli del “riflusso”.

A Bologna questa parabola storica si consumò simile all’epilogo di uno spettacolo che chiude la scena con un’eruzione parossistica, tragica e vitalistica allo stesso tempo. Il giorno 11 marzo uno studente venne ucciso durante una manifestazione dalle forze dell’ordine, e ne seguì un periodo di conflittualità incandescente, con l’occupazione delle sedi universitarie, assemblee permanenti, scontri di piazza quotidiani e continue agitazioni di strada dettate da irrefrenabile situazionismo…

In una città dove, come anni dopo ricorderà un mio famoso professore di quel tempo, “i muri assomigliavano sempre più a un quadro di Cy Twombly”, io intendevo comunque laurearmi. E ci tenevo a dimostrare che noi studenti del radicalismo libertario, amanti più di Breton e Debord che di Marx e Lenin, istigatori “maodadaisti” che sbeffeggiavano ogni parola di buon senso dai microfoni di Radio Alice e profetizzavano con calembours da surrealisti dalle pagine della rivista “A/traverso”, eravamo i legittimi eredi intellettuali e artistici delle avanguardie novecentesche.

Come e che cosa argomentai a sostegno della mia tesi di laurea in quel tardo pomeriggio d’afa stagionale e di cappa politica, non ne ho più la benché minima idea. Mi sono rimasti tuttavia impressi nella memoria i commenti lusinghieri della commissione, che concordò di darmi il massimo dei voti. Oggi avrei qualche dubbio sul fatto di averli meritati, quei voti, ma è noto che gli avanguardisti non perdono tempo con i dubbi. Difatti, dopo aver ascoltato recitare la formula con cui il Presidente della commissione mi dichiarava Dottore in discipline delle arti, musica e spettacolo, non essendo sicuro di averne capito perfettamente il gergo istituzionale, chiesi a uno dei miei due relatori se mi avevano dato anche la lode: la consideravo dovuta.

“Certo, si dà sempre la lode a Dio nell’alto dei cieli” mi rispose in tono malizioso il professore.

Sul momento mi godetti quell’ironica deificazione come la naturale conferma al mio orgoglio di giovane avanguardista rivoluzionario innalzato sulla tribuna delle proprie certezze. In seguito avrei invece speso una vita a capire che la vera prova, come ben sanno i gatti, sta nel saper scendere dagli alberi su cui ci si arrampica.”


Bruno Pedretti


Image:

Manifesto di Radio Alice, da una rielaborazione grafica della Tribuna di Lenin di El Lissitskij, Bologna 1976.